Mosul, Isis resiste nella città assediata: forze irachene costrette a ripiegare

I peshmerga stanno combattendo a dieci chilometri da Mosul

I peshmerga stanno combattendo a dieci chilometri da Mosul

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Qualcosa non va, perché quella famigliola, il padre con il copricapo a quadretti rossi e bianchi dei beduini e tre ragazzi, se ne sta al coperto dietro il muro di cinta di una casa e cerca di sbirciare verso giù, verso il centro di Mosul. È da lì che gli spari si sentono sempre più vicini e poi, una, due esplosioni, sorde, potenti, le bombe dei raid aerei. Elicotteri d’assalto volano a poche centinaia di metri di altezza. Il sibilo di un razzo attraversa la carreggiata verso Sud-Ovest, squarcia l’aria e finisce sulle posizioni dell’Isis con un botto prolungato, quasi uno schianto. Fuoco amico.

Il grande stradone che attraversa Gogjali, il primo quartiere liberato di Mosul, è di nuovo deserto. I gipponi Humvee, neri, delle forze speciali irachene, vanno verso il fronte ma a un certo punto una mezza dozzina torna indietro e si posiziona più o meno al centro del sobborgo. Le raffiche di fucili automatici e mitragliatrici pesanti sono ora concentrate attorno alla sede della tv, che si riconosce subito per l’antenna altissima. In quel punto di innesto fra i quartieri di Gogjali, Al-Quds, Karama, verso le tre del pomeriggio, lo Stato islamico ha lanciato un contrattacco sulle posizioni irachene.

La battaglia va avanti per ore. Ci sono parecchi feriti, perché arrivano decine di autoambulanze e qualche minuto dopo una si fa largo in direzione opposta, verso Erbil, con una jeep militare che le apre la strada sparando in aria. «Erjah, erjah, tornate indietro». Anche i militari, sembra, stanno ripiegando. Poi però dicono che l’Isis è almeno a due chilometri e che la zona è sicura. Almeno per ora. Altri botti tremendi, raid aerei. Alla quattro e mezzo comincia a imbrunire e c’è molta confusione. La giornata si chiude all’opposto di come era cominciata.

Di prima mattina la Golden Brigade aveva dato un’altra spallata verso il centro, dentro i quartieri di Al-Quds e Karama. «Controlliamo un quarto della città a Est del fiume Tigri», aveva annunciato al check-point di Bartella il generale Sabah al-Nahmam, portavoce dell’unità d’élite irachena. Certo, la resistenza appariva più forte. Un tank Abram era stato centrato in pieno da un missile anti-tank Kornet. «Ma non è stato distrutto, lo abbiamo già riparato», aveva precisato l’ufficiale. Che poi aveva fornito i numeri dell’operazione «a punta di lancia» che doveva penetrare nel cuore di Mosul, fino alla riva sinistra del fiume Tigri. Dodici battaglioni, cioè circa 10 mila uomini delle forze speciali e del controterrorismo. A Ramadi, a titolo di paragone, i battaglioni impegnati erano stati solo cinque.

Poco dopo era arrivato il comandante della Golden Brigade in persona, generale Fasil Barawi, a ispezionare il fronte. Poi una colonna di mezzi sminatori degli americani. Camion blindati, circondati da griglie anti-razzi e con davanti una specie di rullo che neutralizza le bombe-trappola piazzate dappertutto dagli jihadisti. La bonifica delle strade si è però fermata quasi subito. Al check-point la tensione cominciava a salire. E il fitto scambio di colpi di armi leggere faceva capire che la marcia verso il Tigri si era impantanata.

La «punta di lancia» delle forze speciali si era esposta troppo ai fianchi. Il comando congiunto delle operazioni ha deciso all’inizio della settimana di accelerare. Ma la direttrice da Est è l’unica ad aver raggiunto Mosul, mentre le avanguardie a Sud sono a 20 chilometri dal perimetro della città, e a Nord i peshmerga curdi non sono ancora riusciti a espugnare Bashiqa e Tall Kayf e si trovano a una decina di chilometri. L’Isis ha così concentrato i propri uomini attorno a Gogjali e ha cercato di recuperare terreno. Un attacco ai fianchi, anche con gruppetti rimasti nascosti fra le case, dentro il reticolo di tunnel che non è stato ancora bonificato, e poi rispuntati all’improvviso.

Difficilmente la guarnigione islamista reggerà a lungo contro forze blindate appoggiate dall’aviazione ma intanto ha risposto all’appello del califfo Abu Bakr al-Baghdadi e ha dimostrato di non essersi ancora squagliata. Gli ufficiali iracheni, a differenza di quelli curdi, sono convinti che il leader dell’Isis è già scappato e che il crollo morale dei jihadisti sia questione di giorni, al massimo settimane. I peshmerga sono più prudenti. Da venti giorni stanno cercando di conquistare la cittadina di Bashiqa e fanno i conti con combattenti, «molti stranieri», decisi a lottare fino alla morte. E Bashiqa ha un centesimo degli abitanti di Mosul.

La prospettiva di una lunga battaglia strada per strada, con un milione e passa di civili a fare da scudi umani, è sempre più concreta. Il contrattacco a Gogjali potrebbe essere solo un assaggio. Per i pochi civili rimasti è una sofferenza che ricomincia. «Non abbiamo acqua né da mangiare», racconta Salman Suleiman, 38 anni, padrone di un negozietto in una viuzza vicina alla strada principale. La pompa dell’acquedotto è stata danneggiata «e nessuno è venuto ad aggiustarla». Certo ora i militari hanno altro da fare. E l’incubo vero è il ritorno dell’Isis. A Salman gli islamisti hanno ucciso due fratelli, “di dieci e 17 anni” senza neanche dire di che cosa erano accusati. Così, «senza un perché».

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