Govi raddoppia con Lastrico e Solenghi

Lastrico, Govi e Solenghi

Lastrico, Govi e Solenghi

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Genova – Un’indimenticabile maschera del passato che ha il potere di fare eco ancora oggi, costringendo il pubblico a fare i conti, sempre con quell’ironia pungente, con i cambiamenti della società: «Questo perché il teatro tradizionale non è polvere, ma vita», raccontano Maurizio Lastrico e Tullio Solenghi. I due attori figli di diverse generazioni, in occasione del primo giorno di eventi per festeggiare i 130 anni del Secolo XIX, domani alle 18 sul palco di piazza Piccapietra, renderanno omaggio a Gilberto Govi, nel giorno del 50° anniversario della sua morte, con la lettura in genovese di alcuni estratti dalle commedie “Gildo Peragallo ingegnere”, “Pignasecca e Pignaverde” e con un dialogo finale tratto da “I maneggi per maritare una figlia”. L’iniziativa, sperimentale, aperta a tutti, voluta dall’assessorato alla Cultura della Regione Liguria, «è pensata per far avvicinare i giovani alle tradizioni e al teatro», sottolinea l’assessore Ilaria Cavo.

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È possibile ricreare la comicità di Govi?
Solenghi: «È stato unico, irripetibile. Non è arrivato ai livelli di Eduardo, ma il suo modo di fare teatro abbracciava un’intera compagnia. Gli attori che collaboravano con lui davano il massimo, raggiungendo una recitazione d’altissima professionalità. Questa è stata la grande scuola di teatro di Govi, partita dall’amatoriale e arrivata fra i “grandi”».

Lastrico: «Il nostro sarà un omaggio vivo, non museale, che possa in qualche modo far riemergere un pezzo di storia del teatro e della città. La sua comicità si inseriva in uno schema rigido tipico degli attori genovesi. Anche Maurizio Crozza utilizza ancora oggi quel metodo, frutto di un lavoro scrupoloso e di prove costanti».

È una commedia ancora attuale?
S: «È una fotografia che ci racconta quanto il mondo, la società e la politica siano cambiate. Costringe a porci delle domande. Nelle sue commedie la corruzione, anche quella meno significativa, era vista come un peccato grave, schernita e stigmatizzata dagli attori, ma anche dal pubblico. Oggi la corruzione nel nostro Paese ha travolto tutti gli apparati dello Stato, ma lo sconcerto, nonostante il fenomeno abbia raggiunto livelli mastodontici, è quasi assente».

L: «Alle nuove generazioni può apparire distante, ma in realtà Govi è uno dei grandi padri del live. I suoi spettacoli hanno fatto la storia perché dal vivo erano unici. È per questo che sono stati trasmessi in tv, un processo analogo vissuto anche da Zelig: da un piccolo bar sono emersi comici fenomenali, poi finiti in prima serata».

Un altro Govi oggi sarebbe possibile?
S: «Il suo essere personaggio, macchietta, ha influenzato e influenza le maschere della comicità contemporanea, ma il suo modo di fare teatro non sarebbe più possibile. Oggi la comicità è rapida, veloce: uno sketch se dura più di due minuti rischia di annoiare il pubblico, mentre ai tempi di Govi, le sue intere commedie trasmesse in tv hanno raggiunto indici d’ascolto incredibili».

L: «Non voglio fare paragoni insensati, ma quel modo di prendere e prendersi in giro oggi lo rivedo nella maschera del cialtrone creata da Checco Zalone, che è stato uno dei grandi fenomeni comici di questi anni. Dal punto di vista linguistico, invece, non c’è nulla di scontato: ho portato in giro per l’Italia diversi spettacoli con sketch in genovese e hanno avuto successo. Il genovese ha una sua comicità intrinseca. Il futuro della comicità, chissà, potrebbe passare anche per il recupero di una forte componente territoriale, anche linguistica».

Sulla parlata vi sentite sicuri?
S: «Vivo a Roma, ma non rinuncio mai a una bella chiacchierata in genovese al telefono con un amico. Apprezzare Govi, lo dico alle nuove generazioni, è importante per capire e recuperare le nostre tradizioni».

L: «Da quando ero ragazzino parlo genovese con gli amici. Ci provano in tutti i modi a non tramandarcelo più, ma c’è chi resiste. E poi diciamolo: prendere per il culo qualcuno in genovese, non ha prezzo».

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