«Al Sisi coinvolto nel delitto Regeni», ma la procura di Roma non indagherà

Al Sisi con Matteo Renzi

Al Sisi con Matteo Renzi

Articoli correlati

Roma – La Procura di Roma non prenderà in considerazione la serie di e-mail anonime pervenute al quotidiano “la Repubblica” sul caso-Regeni, che indica il presidente egiziano Al Sisi come coinvolto in qualche modo dell’omicidio e delle torture subite dal ricercatore italiano e come mandante diretto del successivo depistaggio.

Carlo Bonini, giornalista di `Repubblica´, spiega di aver ricevuto una serie di e-mail in varie lingue in cui un sedicente appartenente alla polizia segreta egiziana rivela come, perché e da chi è stato ucciso al Cairo Giulio Regeni. Lettere che non sono state prese in considerazione dai magistrati della Procura di Roma e dagli investigatori di Ros e Sco che indagano sulla morte del 28enne ricercatore di origine friulana. «Si tratta di un anonimo – fanno sapere dagli ambienti giudiziari romani -, uno dei tanti in casi come questi che hanno una particolare risonanza mediatica. È un anonimo che, secondo il codice di procedura penale, non ha alcuna rilevanza giudiziaria né diretta né indiretta. Oltretutto – si sottolinea ancora – contiene una molteplicità di imprecisioni nella ricostruzione dei fatti, specialmente in riferimento agli esiti dell’esame autoptico».

Secondo Bonini, tuttavia, il racconto ha aspetti di credibilità, visto che espone particolari, in particolare sulle torture, che solo chi è a conoscenza dei fatti poteva sapere. La storia raccontata «porta dritta al cuore degli apparati di sicurezza egiziani, civili e militari, della polizia di Giza, del Ministero dell’Interno, della Presidenza». «L’ordine di sequestrare Giulio Regeni – scrive l’anonimo – è stato impartito dal generale Khaled Shalabi, capo della Polizia criminale e del Dipartimento investigativo di Giza». Shalabi è l’uomo che ora Al Sisi sarebbe disposto a sacrificare, incolpandolo in qualche modo dell’accaduto.

Nella caserma di Giza, Giulio «viene privato del cellulare e dei documenti e, di fronte al rifiuto di rispondere ad alcuna domanda in assenza di un traduttore e di un rappresentante dell’Ambasciata italiana», viene pestato una prima volta. Quindi, tra il 26 e il 27 gennaio, «per ordine del ministro dell’Interno Magdy Abdel Ghaffar», viene trasferito «in una sede della Sicurezza Nazionale a Nasr City». Ma Giulio continua a non voler parlare senza l’assistenza della nostra ambasciata.

«Viene avvertito il capo della Sicurezza Nazionale, Mohamed Sharawy, che chiede e ottiene direttive dal ministro dell’Interno su come sciogliergli la lingua. E così cominciano 48 ore di torture progressive». Giulio però non cede. Ed è allora – ricostruisce l’anonimo a Repubblica – che il ministro dell’Interno decide di investire della questione «il consigliere del Presidente, il generale Ahmad Jamal ad-Din, che, informato Al Sisi, dispone l’ordine di trasferimento dello studente in una sede dei Servizi segreti militari, anche questa a Nasr city, perché venga interrogato da loro». E le torture continuano finché Giulio non crolla «e a nulla valgono i tentativi dei medici militari di rianimarlo». Dopo la sua morte, sempre secondo quello che sostiene l’anonimo, «Giulio viene messo in una cella frigorifera dell’ospedale militare di Kobri al Qubba, sotto stretta sorveglianza e in attesa che si decida che farne». La «decisione viene presa in una riunione tra Al Sisi, il ministro dell’Interno, i capi dei due Servizi segreti, il capo di gabinetto della Presidenza e la consigliera per la sicurezza nazionale Fayza Abu al Naja». «Nella riunione venne deciso di far apparire la questione come un reato a scopo di rapina a sfondo omosessuale e di gettare il corpo sul ciglio di una strada. Il corpo fu quindi trasferito di notte dall’ospedale militare di Kobri a bordo di un’ambulanza scortata dai Servizi segreti e lasciato lungo la strada Cairo-Alessandria».

Proprio il generale Khaled Shalabi, l’alto ufficiale incaricato del caso Regeni -con una condanna per torture nel 2003 e che, dopo il ritrovamento del cadavere, ha accreditato prima la tesi dell’incidente stradale e poi quella a sfondo omosessuale- sarebbe la `testa´ che l’Egitto è pronto a sacrificare per tacitare la domanda di giustizia sollevata dall’Italia, come scrive Il Secolo XIX . Gli inquirenti egiziani attesi stasera in Italia per l’incontro con i magistrati italiani, porteranno non solo il corposo dossier sulle indagini, ma anche l’indicazione di una prima responsabilità: una fonte anonima al Cairo ha detto che il colpevole indicato potrebbe essere proprio l’investigatore, capo della polizia criminale e del dipartimento investigativo di Giza.

© Riproduzione riservata

DAL WEB: